Diffusi i primi risultati con riferimento all’annata agraria 2019-2020.


Meno aziende agricole, ma più grandi; nuove forme di gestione dei terreni e più stabili le superfici; cresce la dimensione media per le principali tipologie di coltivazioni, non per prati e pascoli, ma con l’olivo ancora in testa, come la più diffusa delle colture legnose, insieme alla vite. In minoranza le aziende zootecniche, ma il comparto va meglio di quello agricolo. Resta l’impronta familiare, ma si riduce l’intensità di manodopera; poche donne, ma con un peso maggiore a livello manageriale, mentre non decolla il peso dei giovani tra i capi d’aziende, ma sono i più innovativi. L’offerta, da parte del mondo agricolo, è sempre più diversificata e trainata dagli agriturismi ed è quadruplicata, in dieci anni, la digitalizzazione del settore con almeno un investimento innovativo per un’azienda agricola su dieci. E’ questa l’agricoltura italiana nel primo scatto mostrato, oggi, dal 7° Censimento Generale Istat, svolto tra gennaio e luglio 2021, con riferimento all’annata agraria 2019-2020, e figlio della lunga emergenza pandemica. Per il 7° Censimento Generale dell’Agricoltura – Primi risultati, clicca QUI Si tratta dell’ultimo censimento a cadenza decennale che chiude così la lunga storia dei censimenti generali, sostituiti dai censimenti permanenti e campionari. La raccolta dei dati, ha visto per la prima volta coinvolti i Centri di Assistenza Agricola (CAA). Tornando ai dati, restituiscono una fotografia del settore agricolo e zootecnico, senza trascurare l’incidenza della pandemia e l’interesse crescente per l’innovazione. A ottobre 2020, racconta nel dettaglio Istat, risultavano attive in Italia 1.133.023 aziende agricole. In 38 anni, sono scomparse 2 aziende su 3, e nello stesso tempo la loro dimensione media è più che raddoppiata: la Superficie Agricola Utilizzata (Sau) è passata da 5,1 a 11,1 ettari medi per azienda. Inoltre, l’agricoltura italiana resta familiare, mentre l’intensità di manodopera si riduce. Nel 2020, in oltre il 98% delle aziende agricole si trovava manodopera familiare, anche se nella forza lavoro è stata progressivamente incorporata manodopera non familiare, che ha raggiunto 2,9 milioni, il 47%. Il calo registrato riguarda tutte le regioni, soprattutto al Centro-sud. Infatti, il calo più deciso si registra in Campania (-42,0%). Nel decennio la riduzione del numero di aziende è stata maggiore nel Sud (-33%) e nelle Isole (-32,4%) mentre nelle altre ripartizioni geografiche si attesta sotto la media nazionale. Sostanzialmente invariato l’utilizzo dei terreni agricoli. Oltre la metà della Sau continua a essere coltivata a seminativi (57,4%). Seguono i prati permanenti e pascoli (25,0%), le legnose agrarie (17,4%) e gli orti familiari (0,1%). In termini di ettari di superficie solo i seminativi risultano leggermente in aumento rispetto al 2010 (+2,9%). Sono coltivati in oltre la metà delle aziende italiane, in più di 700 mila (-12,9% rispetto al 2010), per una superficie di oltre 7 milioni di ettari (+2,7%) e una dimensione media di 10 ettari (Prospetto 7). I più diffusi sono i cereali per la produzione di granella (44% della superficie a seminativi). In particolare, il frumento duro è coltivato in oltre 13 5mila aziende per una superficie di oltre 1 milione di ettari. L’olivo è ancora la coltivazione legnosa agraria più diffusa insieme alla vite. Le legnose agrarie sono coltivate da circa 800 mila aziende (-32,8% sul 2010) per una superficie pari a 2,1 milioni di ettari (-8,2%) e una dimensione media di 2,7 ettari. Pur essendo diffuse in tutto il territorio nazionale sono per lo più concentrate nel Mezzogiorno, soprattutto in Puglia, Sicilia e Calabria che complessivamente detengono il 46% delle aziende e il 47% della superficie investita. La Puglia è la regione con il maggior numero di aziende coltivatrici (170mila) e di superficie investita (491mila ettari), seguita dalla Sicilia (111mila aziende e 328mila ettari). L’olivo, coltivazione più diffusa, influisce sulla distribuzione delle legnose agrarie nel Mezzogiorno: in Puglia rappresenta infatti il 71% della superficie coltivata a legnose agrarie (94% delle aziende dedicate), in Calabria il 76% (94% delle aziende dedicate). La vite, invece, riguarda circa 255mila aziende, il 23% del totale, per una superficie pari a oltre 635mila ettari. Tra le regioni il Veneto risulta in testa alla graduatoria, con circa 27mila aziende e 100mila ettari. I fruttiferi, che includono frutta fresca, a guscio o a bacche, sono coltivati in 154mila aziende (-34,8%), per una superficie di oltre 392mila ettari (-7,5%). La coltivazione più diffusa tra la frutta fresca è il melo, con una superficie di oltre 55mila ettari e 38mila aziende; per tale coltivazione le Province Autonome di Trento e Bolzano detengono complessivamente il 28% delle aziende e il 52,5% della superficie. Il nocciolo è la frutta a guscio più diffusa, con il Piemonte in testa per il maggior numero di aziende (oltre 8mila) e il Lazio per la superficie maggiore (oltre 27mila ettari). Gli agrumi mostrano una netta concentrazione in Sicilia, dove la superficie dedicata rappresenta il 55% del totale nazionale (circa 61mila su 112mila ettari totali). I prati permanenti e i pascoli sono presenti in circa 285mila aziende (+3,8% rispetto al 2010) e occupano una superficie di 3,1 milioni di ettari (-8,7%). Per questo tipo di coltivazione la Sicilia è la regione con il maggior numero di aziende (43mila) e la Sardegna quella con la maggiore superficie dedicata (698mila ettari). Poiché prati permanenti e pascoli sono colture estensive, generalmente le aziende coltivatrici sono di media o grande dimensione (media nazionale 11 ettari, con picchi in Sardegna – media 28,2 ettari, e Valle d’Aosta – media 32,1 ettari). Al 1° dicembre 2020 in Italia si contano 213.9848 aziende agricole con capi di bestiame (18,9% delle aziende attive). Parlando di donne e giovani, dal 7° Censimento Istat emerge come la presenza femminile nelle aziende agricole, nel complesso, sia diminuita rispetto a dieci anni prima. Nel 2020 le donne sono il 30% circa del totale delle persone occupate contro il 36,8% del 2010. Tuttavia, l’impegno in termini di giornate di lavoro del genere femminile aumenta di più rispetto a quello maschile (+30% contro +13,9%) in particolare, tra la manodopera familiare (+54,7%) rispetto a quella non familiare; in quest’ultimo caso la variazione per le donne è negativa (-6,5%). Limitato, poi, il peso dei giovani tra i capi azienda. Nel 2020, quelli fino a 44 anni sono il 13%, dal 17,6% del 2010. Detto questo, sono per lo più i giovani che guidano aziende agricole ad aver avviato il processo di innovazione aziendale: l’incidenza degli investimenti innovativi nelle aziende con capo azienda giovane è quattro volte superiore rispetto a quella che si registra nel caso di capo azienda anziano (22,9% con capo azienda fino a 44 anni, 5,8% con capo azienda ultrasessantaquattrenne). Anche un’istruzione mirata incide molto sull’innovazione aziendale. Nel caso di aziende agricole guidate da persone con un diploma di istruzione secondaria a indirizzo agrario l’incidenza dell’innovazione è più che doppia (23,9%) rispetto al valore medio, e tre volte superiore nel caso di titolo di istruzione terziaria specializzato in materie agricole (30%). In dieci anni, spiega Istat, è quadruplicata l’informatizzazione delle aziende agricole. Nel 2020 il 15,8% delle aziende agricole usa computer o altre attrezzature informatiche o digitali per fini aziendali, una quota oltre quattro volte superiore a quella rilevata con il Censimento del 2010 (3,8%). L’incremento della digitalizzazione ha interessato tutte le regioni italiane, contribuendo a ridurre le disparità regionali. Il numero di aziende agricole digitalizzate è quasi triplicato in media (+193,7%) e quadruplicato in Calabria e Sardegna. La crescita della diffusione di attrezzature informatiche e digitali nelle aziende agricole è stata molto più intensa al Sud (+247,0%), nelle Isole (+241,9%) e nel Nord-est (+205,5%), mentre nelle altre ripartizioni geografiche si è mantenuta sotto la media nazionale. Quanto alle attività connesse. Nel 2020 cresce la quota di aziende che hanno diversificato l’offerta, dedicandosi ad altre attività remunerative. Si tratta di poco più di 65mila aziende, il 5,7% delle aziende agricole del 2020 (4,7% nel 2010). Tra le attività connesse, le più diffuse sono l’agriturismo, praticato dal 37,8% delle aziende con attività connesse; le attività agricole e non agricole per conto terzi, che interessano il 18,0%, e la produzione di energia rinnovabile (16,8%). Mentre agriturismo e produzione di energia rinnovabile evidenziano una decisa dinamica di crescita rispetto al decennio scorso (+16% per il primo e +198% per le seconde), le attività di contoterzismo attivo hanno subito un decremento di quasi il 49%, presumibilmente imputabile all’effetto delle misure di limitazione degli spostamenti adottate per il contenimento dell’epidemia. Infine, l’annata agraria fotografata dal 7° Censimento dell’Agricoltura è stata colpita dalla crisi economica e sanitaria causata dal Covid, che ha avuto un impatto su tutte le attività produttive. Nel complesso, il settore agricolo è risultato piuttosto resiliente: meno di un’azienda agricola su cinque (17,8%) ha dichiarato di aver subito effetti dall’emergenza sanitaria da Covid. All’interno di questo segmento, quasi tre aziende su cinque ritengono che la principale ripercussione sia stata la riduzione della vendita dei prodotti aziendali (63%). Gli effetti dell’emergenza pandemica sono stati piuttosto eterogenei sul territorio nazionale. Le aziende che hanno subito tali effetti sono il 31,7% al Nord-ovest, il 23,7% al Nord-est e il 18,4% al Centro. L’incidenza è decisamente più bassa al Sud (12,7%) e nelle Isole (15,9%). La dimensione aziendale, in conclusione, ha rappresentato un fattore discriminante per la resilienza delle aziende agricole. Le piccole aziende, in termini di Sau, di Una o di manodopera, hanno resistito meglio alla crisi sanitaria.

Fonte cia.it